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Dare un segnale forte e chiaro
Il commento di Giancarlo Dillena direttore del Corriere del Ticino

Sconcerto, sgomento, rabbia, inquietudine. Sono i sentimenti immediati che suscita il gravissimo fatto di sangue di Locarno. Sconcerto e sgomento per il fatto stesso che episodi di questo genere possano accadere in una realtà come la nostra. Rabbia per la futulità dei motivi che hanno scatenato tanta feroce violenza e per la vigliaccheria dellaggressione a tre contro uno. Inquietudine per il futuro, in una collettività abituata ad una convivenza civile relativamente tranquilla e serena e per questo ancora più scossa.
Sono sentimenti comprensibili e giustificati, sulla scia di una reazione emotiva che non potrebbe essere diversa, di fronte ad una giovane vita stroncata in questo modo. Che non devono comunque, va sottolineato, sfociare in reazioni di ostilità e di generico pregiudizio nei confronti della comunità di appartenenza degli assalitori. Al contrario, proprio tragedie come questa devono essere loccasione per rafforzare il legame con tutti coloro che, indipendentemente dallorigine, riconoscono nel rispetto fondamentale della vita e della libertà altrui la base della convivenza civile.
Ma sarebbe altrettanto grave se questa preoccupazione ne oscurasse unaltra, di pari importanza. Quella di fare tutto quanto è possibile per impedire che vicende di questo genere possano ripetersi. Il primo passo in questo senso consiste nel dare un segnale forte, chiaro e inequivocabile che in questo paese non cé alcuno spazio di tolleranza o di indulgenza per chi, a qualsiasi comunità o etnia appartenga, considera la violenza uno strumento per regolare i propri rapporti sociali. Questo segnale lo deve dare chi ha la responsabilità dellordine pubblico, mostrando la necessaria fermezza di fronte a tutti quegli atteggiamenti e comportamenti che costituiscono il primo passo verso gli eccessi peggiori. Lo deve dare la giustizia, sanzionando con la giusta severità abusi e crimini che vanno valutati con rigorso equilibrio, ma senza lasciare spazio ad equivoci. Lo deve dare chi si occuppa di educazione e di socialità, mostrando che esiste un confine invalicabile fra il disagio che merita aiuto e comprensione e larrogante e intollerabile dispregio delle regole. Lo devono dare quanti sono chiamati ad affrontare il problema in chiave politica, dimostrando intelligenza e senso della misura, ma anche senza diventare ostaggi di quellapproccio «politicamente corretto» che impedisce di guardare in faccia certe realtà. Come quella che vede individui riconducibili a specifiche origini e culture troppo spesso protagonisti di abusi e di atti di violenza per non porre la questione in modo diretto e portare a «bollare» tutta una comunità o unetnia, perché proprio da essa può venire un aiuto importante per comprendere, identificare e disinnescare certi fenomeni. Ma se, per evitare questo, si pretende di censurarli nellillusione che ciò di cui non si parla, o «non si deve» parlare, semplicemente non esista può solo portare ad un duplice effetto perverso: perderne sempre di più il controllo, con nuovo sangue; e favorire di conseguenza il rafforzamento strisciante di un pregiudizio generalizzato, che sfocia nella xenofobia. Nessuno può ragionevolmente aspirare a questo risultato. E allora parliamone apertamente e prendiamo i provvedimenti che si impongono.
4 febbraio 2008 13:48
corriere del ticino commento giancarlo dillena omicidio locarno

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